Troppa definizione fa male agli occhi

Nel corso degli anni (e non avrei mai pensato di iniziare un articolo così) ho sempre mantenuto viva una sottile, minuta, latente attenzione alla strana sensazione che dava (e dà) il continuo aumento della definizione d’immagine ai miei occhi e al mio cervello: una sensazione simile a quella del minuscolo ronzio che provoca una zanzara che si avvicina al mio orecchio.

Una delle ragioni che maggiormente mi spingeva a tenere viva questa attenzione era l’altrettanto contrapposta sensazione di leggerezza e naturalità che sentivo (e sento) nel godere di un’immagine a bassissima definizione.

Consideriamo le seguenti due immagini.

 

La prima immagine è in bianco e nero e tratta un tema doloroso come la guerra, l’ambientazione è invernale, l’azione è di morte.
La seconda immagine è a colori, brillante, scattata in un momento in cui i toni si addolciscono, il tramonto (o alba) il soggetto è New York, una città sicuramente entusiasmante e viva, l’acqua, in aggiunta a tutto questo è motivo di vita e benessere.

Ci sono altre due particolari caratteristiche contrapposte in queste due fotografie, meno ovvie ma estremamente importanti.

La prima immagine è a bassissima definizione ed è minima nei contenuti.
La seconda immagine è ad altissima definizione ed è satura non solo di colore ma di dettagli.

Se avrete la pazienza di dedicare qualche minuto ad ascoltare le sensazioni che vi giungono dall’osservazione di ognuno delle due immagini scoprirete che vi sentite molto più a vostro agio nel prolungare il tempo di osservazione di fronte alla fotografia di guerra piuttosto che al paesaggio newyorkese. Questo ovviamente non è sempre vero per tutti ma per lo più la scoperta sarà sbalorditiva.

Di fronte alla prima foto il cervello è invitato a ricevere un significato e ad elaborarlo, il contorno è fuori fuoco e minimamente definito, il cervello è invitato a completare con la fantasia, qualora lo desideri, i significati inespressi. Le colline sul fondo, ad esempio, avvolte dalla nebbia e per lo più indefinite lasciano ampio spazio al cervello di poter disegnare ciò che non è visibile nella foto: alberi, case, persone ed in generale dettagli. La monocromia lascia spazio anche all’elaborazione dei possibile colori: una uniforme verde? marrone? nera? blu? Ci si rende presto conto che non è fondamentale per godere della foto. I bottoni sulla giacca dell’uomo con le mani in alto sono davvero bottoni? Sono bottoni di reali tasche o sono decorativi della giacca? Anche in questo caso una risposta non è necessaria. Ma allora cos’è una foto che giunge ai nostri occhi e attraverso questi si imprime nel nostro cervello? La risposta più coerente potrebbe essere: “un timbro”.

La fotografia potrebbe stare al nostro cervello come il timbro sta alla lettera postale, un solo colpo netto nel cervello a lasciare un’impressione.
Come in un timbro, quanto più dettaglio si tenta di aggiungere per “migliorare” il significato del segno che si lascia, tanto più si crea confusione ed illeggibilità. Non possiamo aumentare lo spazio a nostra disposizione e, nel caso della seconda foto, stiamo aggiungendo dettagli a rendere il timbro così denso di segni da divenire una macchia di colore grande come il timbro stesso e per questo incomprensibile.
Nel caso della prima foto, invece, il timbro porta un semplice singolo segno, come se il significato della foto, il suo soggetto, potesse essere rappresentato da un singola lettera dell’alfabeto o un numero e per questo subito comprensibile.

Questo primo tentativo di spiegare come una foto può essere migliore quanto più rapidamente riesca a comunicare il suo significato e quanto sia importante che il significato che vuole trasmettere una foto sia singolo e semplice, potrebbe spiegare alcuni apparenti paradossi della storia dell’immagine fotografica come il fatto che alcuni fotografi naturalisti siano stati in grado di emozionare con l’uso del bianco e nero in un’epoca che potremmo definire a bassa risoluzione, molto più di quanto tanti altri abbiano saputo fare con l’uso del colore in un’epoca invece in cui il dettaglio dell’immagine può  raggiungere livelli inimmaginabili. La fotografia di una valle rigogliosa è un concetto che sembra imprescindibile dal colore eppure alcuni scatti in bianco e nero, di incredibile effetto, restano fissi nell’immaginario collettivo tanto da offuscare facilmente immagini iperrealistiche con colori incredibilmente veri che non restano nella memoria collettiva più del tempo necessario per sbalordirsi e poi dimenticarsi di loro.

Un tentativo di comprendere questo significato può essere fatto ammirando alcuni scatti di Ansel Adams.

Riflessioni, Tesi
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